Un campione che non cerca scorciatoie: a Wimbledon, dopo il 3-0 su Mochizuki, Jannik Sinner parla di lavoro, dedizione e cura del corpo come unica strada per restare in vetta. Un racconto di tennis semplice e concreto, dove ogni dettaglio svela la sua idea di successo.
La sala stampa è piena, l’attenzione è calma. Sinner entra, saluta piano, si siede. Viene da una vittoria netta, tre set filati contro Shintaro Mochizuki. Nessuna esultanza eccessiva, nessuna posa. La voce è quella di sempre: asciutta, precisa. È il numero uno al mondo, ma non lo dice mai lui. Lo capisci dallo sguardo, da come pesa le parole.
“Stiamo lavorando molto sul servizio. Investo tanto sul mio corpo.” Lo dice senza enfasi, come se fosse normale. E invece è il punto. Il talento conta, ma qui la differenza la fanno i giorni nascosti, gli esercizi ripetuti, le abitudini che non fanno rumore. Le statistiche ufficiali del match non erano ancora disponibili nel dettaglio al momento della conferenza, ma il copione è chiaro: prime solide, scelte pulite, pochi regali.
Un servizio costruito, non improvvisato
Il servizio è il mattone che regge il resto. Niente magie: lancio regolare, spalla sciolta, variazioni semplici. Wide per aprire il campo, centrale quando serve togliere tempo. Sinner non cerca l’ace spettacolare ogni punto; cerca percentuali. Nel 2024 lo si vede più spesso trovare la prima nei momenti pesanti e usare la seconda non come ripiego, ma come colpo pensato. Su erba vale doppio: chi impone il ritmo con la battuta gioca il punto in discesa. È qui che la sua mentalità si nota di più. Non rincorre il colpo che fa rumore, preferisce quello che costruisce. È un tennis che parla la lingua della pazienza.
Corpo, routine, recupero: il vero capitale
“Investo sul mio corpo” vuol dire ore di preparazione fisica, lavoro di mobilità, prevenzione. Vuol dire sonno regolare, alimentazione coerente, tempi di recupero rispettati anche quando l’adrenalina spingerebbe a fare di più. Sinner ci è arrivato per gradi, stagione dopo stagione, fino a rendere la sua struttura più resistente. La base viene da lontano: da ragazzo, sulle piste dell’Alto Adige, ha imparato il gesto ripetuto e la concentrazione silenziosa. Oggi quei riflessi sono la sua cintura di sicurezza nei tornei che contano. Non servono dichiarazioni roboanti: bastano i dettagli. L’elastico prima di scendere in campo. La respirazione che precede ogni punto. La scelta di ridurre gli strappi e aumentare la qualità.
A Wimbledon, questo approccio trova il suo habitat. L’erba perdona poco, esalta chi sa sottrarre invece che aggiungere. Mentre attorno si parla di colpi e di stili, Sinner riporta tutto a una frase semplice: lavoro quotidiano. È una visione quasi artigiana del tennis moderno. Prendere il meglio della tecnologia, dei dati, dei metodi, e farne uno stile pulito, personale, sostenibile. Non c’è niente di romantico nell’acido lattico, però c’è umanità nel modo in cui lo accetti.
La cosa più riconoscibile, alla fine, è la calma. Dopo un 3-0 come questo, non si proclama imbattibile. Dice che ha fatto un passo. Uno soltanto. E mentre il Centrale si svuota e l’eco dei passi si spegne, resta un’immagine: lui che guarda le corde, inspira, visualizza la traiettoria della prossima prima. È lì che si vede la differenza. Quanti di noi, davanti a una giornata che conta, sanno tenere la mano ferma sul lancio?


