Erba corta, luce radente, il brusio del Centre Court che cresce: Londra si mette l’abito buono e il tennis, ancora una volta, diventa racconto collettivo. In questo clima sospeso, un’idea prende corpo: per Novak Djokovic, potrebbe essere il varco giusto verso il 25° sigillo.
Ma a Wimbledon tutto accelera. I giorni si misurano in scambi, le ore in tie-break, le attese in piccole profezie. Non serve essere tecnici per sentirlo: quando Novak entra in campo, l’aria cambia. L’abbiamo visto per un decennio abbondante. Il prato, le linee sottili, quella calma che precede il boato. La posta, quest’anno, ha un numero tondo che abita i titoli: il possibile 25° titolo Slam.
C’è la solita nebbia. Si parla di forfait, di acciacchi, di incastri di calendario. Quanto vale davvero tutto questo sulle zolle del Centre Court? Dipende. L’erba è crudele con i dubbi, ma è generosa con chi sa leggere il rimbalzo.
Qui entra Andy Roddick, uno che a Wimbledon ha respirato la finale e ne conosce le spine. La sua sintesi è secca: “Senza Alcaraz e con i punti di domanda che ci sono intorno a Sinner, questa è una chance concreta per Nole”. L’assenza di Alcaraz, va detto, non è stata confermata ufficialmente mentre scriviamo; i “punti di domanda” su Sinner sono più sensazioni che bollettini medici. Ma il senso del messaggio è chiaro: se il campo si apre anche solo di poco, l’uomo da battere resta Djokovic.
Lo fa per somma di elementi. L’erba premia chi risponde bene, chi toglie tempo, chi regge nei tre su cinque. Su questi tre piani, Novak Djokovic ha costruito una carriera. A Londra ha già vinto sette volte, a un passo dal record assoluto di Federer. E in finale, quando il tempo si restringe, la sua gestione emotiva fa la differenza. Un esempio? 2019: Federer ha due match point sul proprio servizio. Djokovic resta immobile dentro l’idea del punto, e in pochi minuti ribalta una storia che sembrava scritta.
Sul verde, dettagli minuscoli diventano montagne. La risposta di Djokovic sulle prime esterne, la sua capacità di cambiare direzione con il rovescio in controbalzo, la disciplina del piede d’appoggio: tutto questo riduce il margine all’avversario. E poi c’è la durata. Nei Grandi Slam, la partita vera spesso comincia quando la benzina finisce agli altri. A quel livello, più dell’estetica conta la ripetizione esatta del gesto.
È umano. L’età, qualche stop, le notti che pesano. Ma chi lo osserva da vicino nota altro: la gestione del ritmo, l’uso chirurgico del servizio slice da sinistra, il palleggio corto per entrare in campo. Piccole viti che, serrate insieme, tengono su la macchina. Se davvero mancherà Alcaraz, e se Sinner arriverà con più domande che risposte, il varco si allarga. Non è certezza, è probabilità. E su questo terreno la storia recente dice che Novak sa come muoversi.
Verrà dal rumore sordo dei passi sulla riga di fondo. Dal primo turno che sembra niente e invece pesa tantissimo. Dal tie-break del venerdì che sposta il destino della domenica. Il 25° è lì, come un numero scritto a matita sul taccuino. Resterà un appunto o diventerà inchiostro?
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