Parigi si sveglia con l’eco di una caduta che fa rumore e odora di pioggia sulla terra: Roland Garros, 24 ore di ribaltoni, e la sconfitta inattesa di Jannik Sinner al secondo turno. Adriano Panatta e Paolo Bertolucci la guardano in faccia e sorridono: “Può succedere”.
C’è stato vento, ci sono stati rinvii, c’è stata quella strana elettricità che solo la terra rossa di Parigi sa creare. E poi l’uscita al secondo turno di Sinner. Un colpo allo stomaco collettivo, perché quando perdi il filo con il tuo campione tutto sembra più stonato: le luci del Philippe-Chatrier, i mormorii in italiano, i messaggi sul telefono che si moltiplicano.
Hanno preso la scena due voci che conoscono bene i sussulti del tennis: Adriano Panatta e Paolo Bertolucci. Con un refrain semplice, quasi liberatorio: “Può succedere”. Detta così sembra poco. Ma nel tennis quella frase è una bussola.
Il punto centrale non è il tabellino, e non è solo l’avversario. È la somma delle variabili. La pioggia che appesantisce le palle. Il rimbalzo capriccioso. La giornata in cui la mano non si scalda. La pressione che non vedi ma pesa. Non ci sono indicazioni ufficiali di problemi fisici determinanti: nulla di certo, quindi niente dietrologie. Solo un risultato che sorprende.
Nella memoria recente il circuito è pieno di scosse simili. Campioni assoluti hanno salutato presto a tornei importanti: è successo a Djokovic nel Principato, a Nadal persino sull’erba, a Federer nei giorni in cui il timing non “entrava”. Nel tennis, anche l’ovvio è fragile. E Parigi, più di altri posti, non perdona i millimetri.
Per l’Italia del tennis questo colpo pesa perché Sinner è diventato il nostro baricentro. Classe 2001, campione dell’Australian Open 2024, n. 1 del mondo da giugno 2024, protagonista della Coppa Davis 2023. Abituati al passo regolare di Jannik, non eravamo pronti allo scarto. Eppure gli inciampi servono: rimettono in asse le aspettative, ricordano che il Grand Slam è un maratona di testa prima che di braccio.
Panatta, che a Roland Garros ha alzato la coppa nel 1976, sa come la sabbia francese si infili nelle fessure dei meccanismi più oliati. Bertolucci, con l’occhio del commentatore e l’esperienza di squadra, aggiunge misura: non si vive di picchi, si cresce nella continuità.
La parte utile, ora, è il dopo. Pianificare l’erba, tornare al servizio che apre il campo, mantenere aggressività in risposta. Passa da qui la ripartenza. Un esempio concreto: nei mesi migliori, Sinner ha tenuto alta la percentuale di prime e ha accorciato gli scambi chiave; su erba questi due indici valgono doppio. Non servono rivoluzioni: bastano due giorni per svuotare la testa e poi di nuovo routine, campo, luce piatta del mattino.
“Può succedere” non è deresponsabilizzare. È un antidoto al melodramma. Evita il romanzo del crollo e restituisce al risultato la sua misura: un episodio, non un destino. La stagione resta lunga, con margini ampi di correzione. E chi ha seguito il percorso di Jannik sa che le lezioni, lui, tende a metabolizzarle in fretta.
Resta quell’immagine semplice: scarpe sporche di rosso, polvere sulle stringhe, un respiro profondo prima di rientrare negli spogliatoi. La città intorno riparte, i campi si asciugano, il calendario chiama. E noi? Siamo lì, a chiederci quante volte nella vita serva un inciampo per rimettere a fuoco la strada. Può succedere: la domanda vera è cosa ci fai, dopo, con quel granello di terra rimasto in tasca.
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