Una sosta forzata. Una stanza silenziosa. Un ragazzo di Carrara che guarda il cielo e ripassa il suo perché. In quell’intercapedine tra dolore e desiderio, Lorenzo Musetti ritrova la sua rotta: il tennis come vocazione, non solo carriera.
Capita che uno stop dica più di una corsa. Oggi Lorenzo Musetti, ventenne dagli occhi chiari e dai colpi in filigrana, è ai box per infortunio. Ne ha parlato senza filtri a L’Officiel, rivista di moda che qui diventa specchio intimo più che passerella: quando il corpo rallenta, la mente mette a fuoco.
L’identità sportiva è lì, solidissima. Nato a Carrara nel 2002, entrato presto nell’orbita ATP, ha due titoli nel circuito maggiore. Nel 2022 ha vinto ad Amburgo, battendo in finale Carlos Alcaraz. Qualche mese dopo ha alzato il trofeo di Napoli. È stato parte della squadra azzurra che ha riportato in Italia la Coppa Davis 2023. Dati semplici, controllabili. Eppure, non bastano a raccontare il cuore della faccenda.
Il primo fotogramma che molti ricordano è Parigi: Roland Garros 2021, Musetti va avanti di due set su Djokovic. Poi crolla, cede, impara. Non è una sconfitta banale. È la misura di un talento che vibra, e di un carattere che si costruisce sotto pressione.
Dal cortile di Carrara al circuito
Da bambino, una racchetta troppo grande. Da ragazzo, un dritto che disegna traiettorie. Un coach che lo vede crescere e non lo spinge, lo accompagna. Allenamenti al mattino, zaini più grandi dei sogni. Le prime trasferte. Le prime notti in cui l’adrenalina non scende. Tutto molto concreto, niente favole.
E qui arriva il centro, detto piano: “Ho sempre sognato di diventare un tennista professionista.” Frase semplice. Ma se la pronuncia un atleta fermo per uno stop, cambia peso. Non è marketing. È radice. È promessa che fa rima con fatica.
Nel presente c’è la riabilitazione: tempi tecnici, lavoro sul core, prudenza negli appoggi. Non ci sono dettagli ufficiali sul rientro; lo si dice chiaro, per non confondere. C’è però una bussola: migliorare quella palla corta nei momenti che contano, difendere meglio la seconda, spingere con più continuità. E gestire la testa quando la partita si allunga. La classifica mondiale oscilla, com’è normale. L’identità no: resta.
Stile, mente, routine
Parlare a L’Officiel non è un capriccio. È un indizio: lo stile, per un atleta, è forma della disciplina. Scarpe allineate, corde alla giusta tensione, piccole abitudini che calmano il rumore. Ogni dettaglio accende presenza. E la presenza, sul 30 pari, è tutto.
Intanto il movimento italiano vola alto. Sinner ha messo la bandierina in cima al ranking. Berrettini è tornato a muovere il pubblico. In questo concerto, Musetti è la chitarra dal timbro diverso: rovescio in back che taglia il tempo, variazioni che aprono spiragli. Spesso basta una smorzata, un passo dentro, e il campo si fa più grande.
È facile tifare i vincenti. Più raro tifare il percorso. Il percorso a volte è ginnastica dell’anima: inciampi, svolte, piccoli miracoli quotidiani. Chi ha un sogno vero lo sa. Lo protegge quando nessuno guarda. Ci lavora quando la luce è spenta.
Allora immaginiamolo così: al tramonto, una palla che rimbalza lenta sul cemento di un campo vuoto. La mano la sente, la racchetta vibra. Non c’è pubblico, non c’è cronometro. Solo il gesto, la pazienza, l’idea che tutto, presto, tornerà a posto. E noi, a bordo campo, una domanda semplice: quanto manca davvero quando sai dove stai andando?
