Tutto sembrava procedere secondo i piani. Il copione era già scritto, la folla era pronta a celebrare il nuovo che avanza e il tabellone sembrava riflettere una gerarchia ormai consolidata.
Per oltre due ore, la sensazione di una superiorità schiacciante ha avvolto il campo centrale, con un protagonista capace di scagliare proiettili a oltre 200 km/h e di comandare lo scambio con la freddezza di un veterano. Ma nello sport, come nella vita, sottovalutare l’orgoglio di chi ha riscritto le leggi della longevità è l’errore più letale che si possa commettere.
Mentre il sole calava sull’estate australiana, la partita ha smesso di essere una questione di tecnica ed è diventata una guerra di trincea mentale. Colpi che prima sembravano vincenti hanno iniziato a tornare indietro, e quella sicurezza granitica ha mostrato le prime, impercettibili crepe.
Il dominio iniziale, segnato da una pioggia di battute vincenti (ben 26, un record personale assoluto), aveva illuso i tifosi e gli addetti ai lavori. Eppure, nonostante un vantaggio accumulato con fatica e un avversario visibilmente sofferente per un malessere fisico a metà incontro, la “macchina perfetta” si è inceppata. La lucidità è venuta meno proprio nel momento della verità, quando i punti pesano come macigni e il traguardo sembra a un passo.
Nel set decisivo, la tensione ha giocato brutti scherzi. Fallire otto occasioni consecutive per scappare via nel punteggio non è solo un dato statistico, è il segnale di un cortocircuito emotivo che ha trasformato un sogno in un incubo sportivo durato 4 ore e 9 minuti.
La realtà dei fatti emerge con tutta la sua forza: Novak Djokovic ha compiuto l’ennesima impresa della sua infinita carriera. A 38 anni, il serbo ha rimontato e sconfitto Jannik Sinner nella semifinale degli Australian Open 2026, chiudendo con il punteggio di 3-6, 6-3, 4-6, 6-4, 6-4.
L’azzurro, che sognava la terza corona consecutiva a Melbourne, si ferma a un passo dall’ultimo atto, condannato da una stanchezza fisica evidente e da quegli errori grossolani nei vantaggi dell’ultimo set. Sarà dunque Nole, e non Jannik, a sfidare Carlos Alcaraz in una finalissima che profuma di leggenda: per Djokovic è la finale Slam numero 38, l’ultimo ostacolo verso il 25° titolo che lo renderebbe il tennista più vincente di ogni epoca, superando definitivamente il mito di Margaret Court.
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